Dopo l'incarico affidato da Napolitano a Marini il senatore Giorgio Tonini spiega la strategia di Veltroni.
di G. Pasqualini, "L'Adige", 31 gennaio 2008
31.01.2008

Anche se Franco Marini non riuscirà a mettere in piedi un governo funzionale a riformare la legge elettorale, il Partito democratico è pronto a correre da solo nel caso si vada alle urne in anticipo. È l'idea rilanciata nei giorni scorsi dal suo leader Walter Veltroni e uno degli ispiratori è il senatore trentino Giorgio Tonini.
Senatore, la caduta del governo Prodi potrebbe significare la morte della coalizione di centrosinistra? «In Italia si è chiusa una fase storico-politica, quella del bipolarismo fondato sulle ampie coalizioni che, con la legge Calderoli, sono diventate ancora più sterminate, messe insieme soltanto per battere l'avversario e con assai scarsa omogeneità di tipo programmatico. Queste coalizioni si sono rivelate efficaci per combattersi e vincere ma sono assolutamente inutilizzabili per governare a affrontare i problemi del Paese».
Quali sono i più gravi? «La vicenda dei rifiuti di Napoli ne è una metafora. Stiamo accumulando tossine e non riusciamo a smaltire tanti problemi che si stanno incancrenendo e possono costare il futuro al nostro Paese e ai nostri figli. Basta pensare alla spesa pubblica e alla sua inefficienza. La sanità funziona bene, ma metà del Paese ha un sistema scolastico inadeguato, abbiamo infrastrutture fatiscenti e la giustizia costa come nel resto d'Europa, ma qui per fare un processo si impiegano dieci anni invece di uno».
Come se ne esce? «C'è bisogno di decisioni democratiche ma rapide e tempestive in grado di mettere il nostro Paese a competere con il mondo. La politica manda in onda il quotidiano spettacolo della rissa permanente e dello scontro fazioso tra due parti che si odiano e sono altrettanto inconcludenti nell'affrontare i problemi degli italiani. I cittadini perdonano tanto, ma non l'arroganza sommata all'inconcludenza. In questo senso il Pd vuole aprire una stagione politica nuova».
In che modo? «In due direzioni. Innanzitutto riformando il sistema istituzionale. È una follia avere due Camere che danno la fiducia al governo. Bisogna dimezzare i parlamentari, mille sono uno sproposito, dare più poteri al primo ministro e ristrutturare i rapporti tra Stato e Regioni. Poi serve un sistema elettorale che consenta il formarsi di schieramenti alternativi ma fortemente omogenei al loro interno, come succede in Inghilterra, Francia e Spagna, che garantiscano leadership e governabilità. Per questo è fondamentale almeno cambiare la legge elettorale e i regolamenti parlamentari. Il centrodestra sa che, nella migliore delle ipotesi, potrà conquistare una maggioranza di 15 senatori. Il governo Berlusconi sarà così a turno in mano al ricatto di Lega, Udc o An. Non mi sembra una grande prospettiva».
Se la legge non cambia, Pd comunque al voto da solo? «Noi vogliamo essere conseguenti con quello che diciamo e intendiamo aprire una nuova stagione, se fosse necessario anche con un atto unilaterale. Per noi è improponibile di nuovo lo schema delle grandi alleanze eterogenee. Il Pd andrà alle elezioni con il suo simbolo e al più, se vi saranno le condizioni, con un'alleanza molto stretta di forze politiche in sintonia perfetta con il nostro programma».
Non è un azzardo? «Certo, ma è un rischio che il Paese sta interpretando come un atto di coraggio e di fedeltà all'Italia. Non possiamo ripresentarci agli italiani con la proposta di una grande coalizione tenuta assieme solo dall'antiberlusconismo. Vogliamo passare dalla politica contro alla politica per. Siamo convinti che uno schema come questo sia in grado di mettere in moto nuove energie, di attivare una corrente calda che può travolgere tutte le facili previsioni in cui il centrodestra si sta cullando».
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